Ecco una storia di ordinaria amministrazione. Mi preparo ad allenarmi, prima di dedicarmi ai miei clienti e scambiando qualche parola viene svelata la mia professione: “Ah, ma sei nutrizionista? Allora tu fai le diete?”

Confesso apertamente che di fronte a questa affermazione mi sento lievemente in imbarazzo, per una serie di motivazioni che oggi ho deciso di scrivere nero su bianco.

  • sì, sono Biologa Nutrizionista;
  • no,non “faccio diete”, o meglio, non nel senso comune del termine.

Risposta del mio interlocutore (con espressione perplessa): “E dunque, cosa fai? Fai dimagrire?”

Supero l’ennesima ondata di imbarazzo e:

  • certo, uno degli obiettivi che mi prefiggo con le persone è il dimagrimento, ma questo non è sempre correlato con la “volgare” perdita di peso; dimagrire significa perdere massa grassa in eccesso a favore della massa magra, mentre il semplice perdere peso può significare che stai perdendo tono e massa magra, lasciando intatto il grasso viscerale;
  • fondamentalmente, lo spirito del mio lavoro è aiutare la persona a ritrovare equilibrio, benessere e salute a livello completo (corpo e mente) per il presente e per gli anni a venire, partendo da una correzione ed una riappacificazione con il cibo e dunque l’alimentazione.

A questo punto il mio interlocutore si illumina e pare interessato. Scambiamo altre parole, poi ecco la domanda che supera l’imbarazzo e scatena un “ribollir di sangue nelle vene”: “Ma lo lasci un giorno libero nella settimana di dieta?”

Facciamo chiarezza, perché questa frase la sento dire un po’ troppo spesso. Premessa: quello che scrivo e cerco di divulgare è frutto della mia esperienza professionale e personale, è parte integrante della mia etica lavorativa e della mia filosofia di vita e rientra nel percorso che ogni volta intraprendo con tutte le persone che si rivolgono alla sottoscritta.

Poniamo che si debba educare una persona ad una sana alimentazione (per tutti i motivi che ormai dovrebbero essere lampanti); ci sono due strade percorribili:

  • lavorare esclusivamente sulla restrizione calorica (mero calcolo calorie introdotte – calorie bruciate), senza spiegare ed insegnare il valore e la qualità degli alimenti; la persona perde peso perché costretta, ma la sua mente rimane chiusa o peggio, comincia a ribellarsi (alla stregua di un animale tenuto in gabbia senza alcuna motivazione); in questo caso, si lascia il famoso “giorno libero” che mentalmente equivale all’”ora d’aria” dei carcerati; la persona continuerà a vivere la dieta come una costrizione, tenderà a chiudersi ancora di più, non avrà compreso alcun fondamento del Benessere ed una volta persi i chili prefissati tornerà alle pessime abitudini (vedi effetto yo-yo);
  • lavorare insieme, comprendere i ritmi della persona e dove ci sono lacune e problemi; spiegare l’importanza del CIBO VERO e la tossicità di tutto il cibo spazzatura (talvolta mascherato da prodotto di qualità), far comprendere che nutrirsi correttamente è sia la scelta di quanto si introduce nel corpo, sia come lo si introduce; sottolineare la sacralità dei pasti, fare qualche “lezioncina” base di biochimica; aiutare la persona a riprendere un sano rapporto con il cibo, in modo da garantire 7 giorni su 7 di equilibrio e non di costrizione; in questo caso, superata la prima parte dura (perché è un reset delle proprie abitudini), la mente si apre, la persona sta bene, comprende e rinasce. In quest’ottica NON ha alcun senso dare un “giorno libero” perché sono tutti giorni liberi: liberi dal malessere, liberi dalla fame nervosa e/o da squilibri metabolici/ormonali. La persona comprende e in modo autonomo impara a fare le scelte corrette.

E’ quasi ovvio ma…. Il punto 2 è il mio modo di lavorare e di vivere. Certo, lo “sgarro” lo faccio anch’io ma non è l’urlo disperato da astinenza: è la scelta consapevole di quel momento, in un contesto globale di equilibrio e salute.

 

Dott.ssa Elena Maria Bisi

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